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Perchè Vincere? - Tecnica e etica dell'Aikido
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ARGOMENTO: Perchè Vincere? - Tecnica e etica dell'Aikido
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Perchè Vincere? - Tecnica e etica dell'Aikido 2 Anni, 8 Mesi fa Karma: 1
Pubblichiamo di seguito con il permesso di Marco Favretti Sensei, V DAN di Aikido e docente ricercatore presso la Facoltà di SCIENZE MATEMATICHE FISICHE e NATURALI - Università degli Studi di Padova il testo integrale della conferenza tenuta ad Abano Terme presso l'Associazione Higan - l'altra sponda del fiume nell'Aprile 2006.

Trovo questo testo di enorme interesse generale e ci permette inoltre di divulgare la visione che sta alla base dell'Aikido praticato nell'accademia che fa capo al maestro Cognard Andrè Shihan (allievo e discepolo del maestro Kobayashi Hirokazu) e alle sue affiliate.


Abano terme, 1 Aprile 2006
Relatore M. Marco Favretti


Ringrazio gli organizzatori di Higan per avermi proposto di prendere la parola in questa manifestazione, e di assumere per una volta un ruolo diverso da quello di insegnante di aikido in un dojo. Nell’insegnamento dell’aikido la parola ha un ruolo molto misurato, per la maggior parte del tempo si pratica in silenzio e le domande all’insegnante possono essergli rivolte solo se lui ne ha esplicitamente dato il permesso. La trasmissione di certi concetti e di certe regole quindi si basa soprattutto sull’esempio e sull’imitazione del comportamento dei piu’ anziani. E’ la maniera tradizionale dell’oriente di dispensare un insegnamento, insegnamento che deve essere prima di tutto sperimentato sul proprio corpo e in seguito elaborato psichicamente e solo raramente, quasi mai direi, dibattuto nella forma tipica in occidente del questionamento per raggiungere la verità. Questo atteggiamento didattico, lungi da costituire un limite per la libertà dell’allievo, traduce una visione profonda del mondo e della sua complessità.
Ma prima di lanciarci in un approfondimento di questo tema, ovvero in un confronto tra la maniera occidentale e orientale di insegnare, mi sento obbligato a precisare l’ambito nel quale intendo parlare dell’aikido, ambito fondalmentalmente ristretto al perimetro della mia esperienza diretta.

Ho svolto tutto il mio percorso di praticante e di insegnante di aikido all’interno della scuola denominata Accademia di Aikido e Cultura Tradizionale Giapponese, fondata dal Maestro Salvadego Paolo Shihan nel 1989 (La proposta di costituire un gruppo di persone che studiasse e approfondisse l’aikido insegnato dal maestro Kobayashi gli è stata rivolta dal Maestro Kobayashi stesso, nel 1989).

La mia esperienza di praticante di aikido si è arricchita inoltre in maniera fondamentale frequentando in Francia i corsi di formazione all’insegnamento tenuti dal maestro Cognard Andrè Shihan, allievo e discepolo del maestro Kobayashi Hirokazu.

Tutto quello che diro’ oggi, in buona sostanza, proviene dall’insegnamento che ho ricevuto da questi due maestri. Se cito solo qui il loro apporto è per non appesantire a ogni passo il mio discorso ricordando il mio debito nel loro confronti.

La scuola fondata dal Maestro Cognard assieme ad altri allievi anziani del maestro Kobayashi Soshu, fra i quali Salvadego Shihan, denominata Kokusai Aikido Kenshukai Kobayashi Hirokazu Ha riunisce tutti i gruppi di praticanti nel mondo che si dedicano allo studio dell’aikido trasmesso da Kobayashi Hirokazu, morto nel 1998 e allievo diretto di O Sensei Morihei Ueshiba (1883-1969), il fondatore dell’aikido moderno.

Forse molti dei presenti, pur essendo interessati, non hanno una conoscenza diretta del mondo delle arti marziali e dell’aikido in particolare. Vorrei quindi incominciare delineando alcune delle caratteristiche comuni a tutte le arti marziali che sono rilevanti al nostro tema, ossia analizzare i rapporti esistenti tra la tecnica di aikido e la sua dimensione etica, e poi discutere l’apporto peculiare datovi dal maestro Kobayashi.

I punti nei quali vorrei sintetizzare il mio discorso sono i seguenti:

a) Il dojo, luogo di pratica delle arti marziali, è uno spazio simbolizzato e tale simbolizzazione favorisce la strutturazione della coscienza del praticante.

b) L’insieme delle tecniche di aikido costituisce un linguaggio ricchissimo e sofisticato che è in grado di rendere e riprodurre la complessità del mondo in cui viviamo e di dire quali sono le leggi universali che lo regolano (“il conflitto è creatore” è una di queste). L’accordarsi alle leggi naturali costituisce di per sé una sicurezza.

c) Tutte le tecniche sono improntate a questo concetto fondamentale: la visione del mondo dell’aggressore non è né migliore né peggiore di quella dell’aggredito e la risoluzione della conflittualità insita nell’attacco deve condurre all’unica vera vittoria: la vittoria per entrambi.

Parliamo quindi del dojo, il luogo dove si reca chi vuole avvicinarsi alla pratica delle arti marziali. Chi tra di voi è insegnante di arti marziali non avrà difficoltà a convenire con me che al primo impatto un neofita non coglierà le sottigliezze della tecnica posseduta dall’insegnante o le particolarità della scuola alla quale quest’ultimo fa riferimento, ma sarà colpito dalla presenza del kamiza, o lato d’onore, la parete alla quale sono appesi il ritratto del fondatore, e dai saluti - in piedi e in ginocchio (seiza) - tra i praticanti e verso il kamiza, che cadenzano la pratica e che segnano l’inizio e la fine della lezione.

Il dojo, di forma rettangolare, ha infatti un lato (kamiza), rivolto a Est, ove è situato il ritratto del fondatore della disciplina e dal quale il maestro si rivolge agli allievi per insegnare. Il lato Sud (joseki) o lato alto, è il luogo ove si fanno accomodare gli ospiti importanti, come i maestri di altre discipline o eventuali praticanti di grado più elevato rispetto a quello dell’insegnante, il lato a Ovest (shimoza) è il lato dove si dispongono gli allievi, mentre il lato a Nord (shimozeki) o lato basso, è il lato ove possono sedere le persone che non prendono parte alla lezione. Per completare questa brevissima sintesi del dojo come luogo simbolizzato, dirò che la lezione inizia con un saluto dell’insegnante e degli allievi verso il kamiza, seguito da un saluto tra gli allievi e l’insegnante e che tale rituale si ripete alla fine della lezione. Il saluto, in piedi o in seiza, apre e chiude ogni frazione del tempo della lezione in cui due persone praticano assieme e cosi’ pure ogni interazione tra gli allievi e l’insegnante.

Senza bisogno di parlare, quindi, una persona che inizia a praticare o che viene semplicemente a vedere un lezione, riceve l’insegnamento che nel mondo vi è l’Alto e il Basso, e che vi sono cose che procedono dall’alto verso il basso (come l’insegnamento) e dal basso verso l’alto (come la crescita degli allievi). La semplice enunciazione della esistenza di due polarità differenziate permette quindi di concepire la possibilità di un movimento verso l’altro polo.

Mi viene spontaneo qui fare il raffronto con quello che è invece il quadro nel quale viene dispensato l’insegnamento nella scuola attuale: nell’abolizione di ogni differenzazione tra l’insegnante e gli allievi, di ogni elemento esteriore utile a distinguere il ruolo dell’insegnante e degli allievi.

Voglio qui precisare, per non creare pericolosi fraintendimenti, che la semplice enunciazione della necessità e dell’utilità di creare una differenziazione tra insegnante e allievi, tra alto e basso non implica un giudizio di valore tra alto e basso, l’alto non è migliore del basso e viceversa. Vi è infatti una relazione di interdipendenza dinamica tra i due ruoli: l’insegnante è stato dapprima un allievo e si è seduto dal lato degli allievi per poter ricevere l’insegnamento che poi ha ritenuto suo dovere ritrasmettere; a loro volta gli allievi saranno degli insegnanti.

In altre parole, per precisare ulteriormente: l’insegnante non è depositario di un sapere che unidirezionalmente viene trasferito, trasfuso negli allievi, ed il maestro e l’allievo non costituiscono una coppia autosufficente. Al contrario, la relazione tra il mestro e gli allievi non è concepibile se non introducendo un terzo elemento, l’arte, arte marziale in questo caso, ma il discorso vale per qualsiasi arte, alle cui regole entrambi, maestro e allievi sono sottomessi. La presenza di questo terzo elemento, assimilabile al kamiza, e che potremmo chiamare il do o tao, la via sulla quale avanzano maestro e allievi, costituisce la sorgente della responsabilità che il maestro ha verso gli allievi.

Il secondo insegnamento quindi che viene impartito è che alto e basso non sono realtà in sé ma che si qualificano come tali solo in virtù del movimento circolare all’interno del quale sono inserite. E’ il processo circolare di alternanza tra vita e morte, tra crescita e distruzione, tra apparire e disapparire che costituisce la realtà e non gli oggetti che vi prendono parte.

La dinamica generata dalla differenziazione, dall’organizzazione dello spazio ci introduce quindi in una dinamica temporale, di direzione del tempo, ben esemplificata dalla trasmissione dell’insegnamento. Il rituale del saluto dell’insegnante e degli allievi verso il kamiza, verso il ritratto del fondatore viene a completare questo quadro: esso indica che la relazione tra gli allievi e l’insegnante non è esclusiva, autoreferenziale, ma che entrambi sono attraversati da un flusso che è pre-esistente ad essi e che essi all’istante impersonano. L’insegnamento viene dal passato e non deve finire con la generazione presente. Realizzare di essere solo un anello di una catena costituisce un’altra occasione per imparare a moderare se stessi, soprattutto per l’insegnante che deve vietare a se stesso ogni forma di imposizione del suo ruolo e che invece, deve sentirsi sottomesso alle regole della disciplina.

La presenza nella pratica di questi bastioni, di questi capisaldi costituiti dalla dimensione simbolica dell’aikido, dalla sua disciplina, dalla sua etichetta e dal suo rituale, ha costituito, per la mia esperienza, una risorsa e una ricchezza che mi ha formato e che mi è stata utile al di fuori del dojo più della tecnica stessa o della forza e dell’energia apportate dalla pratica dell’aikido.

Devo dire qui che anche altri compagni di pratica mi hanno detto di aver riscontrato le stesse cose: per esempio delle persone che praticano l’aikido e che svolgono la loro professione in ambito ospedaliero mi hanno confessato di apprezzare la qualità delle relazioni che si hanno quando esse si svolgono all’interno di un sistema di regole ricco e ancora non deteriorato e lamentano invece il progressivo indebolirsi e sfaldarsi delle regole che intervengono a rendere sicura e praticabile la relazione tra medico e paziente, tra curante e sofferente. E’ quest’ultimo un terreno ove è facile perdere la misura e la propria integrità fisica e psichica se non si lavora al riparo di un insieme coerente e efficiente di regole, di codici di comportamento.

Concludo qui questa breve riflessione sul valore della simbolizzazione e sull’importanza del rituale. Entrambi hanno la funzione di dire qual è la realtà e come ogni nostro atto può conformarvisi. La loro esistenza è il dono e il frutto delle generazioni che ci hanno preceduto e in esse vi è condensata la loro esperienza. Come possiamo lamentarci dell’impoverimento delle nostre vite, della sporcizia dell’ambiente in cui viviamo e della pericolosità dei cibi che mangiamo, della paura che abbiamo ad incontrare l’altro se nella società attuale abbiamo abolito ogni differenziazione, se abbiamo abbandonato ogni forma di rituale nel rapporto con la natura, con gli animali, con i nostri simili?

Per discutere delle relazioni tra tecnica e etica dell’aikido, è forse necessario premettere una breve descrizione dell’aikido: l’aikido non è uno sport, come è facile intuire sulla base di quanto appena detto; esso è è stato elaborato da Morihei Ueshiba, nel primo dopoguerra e si è successivamente diffuso in tutto il mondo. Esoo prevede una pratica senz’armi (taijutsu dell’aikido) e una pratica con il bastone o jo (aikijo) e con la spada di legno o ken (aikiken). Le tecniche sono parecchie centinaia e prevedono un attacco con una presa a una o due mani sulla quale si costruisce una proiezione o una immobilizzazione a terra. Non vi sono né gare né combattimenti né kata, si pratica per approfondire e curare la qualità della tecnica e per il piacere che dà la pratica stessa. L’aikido non richiede l’uso della forza e puo’ quindi essere praticato da uomini e donne, bambini e anziani.

Veniamo ora a parlare della tecnica di aikido e della riflessione del Maestro Kobayashi al riguardo. Abbiamo già detto che la pratica all’interno di uno spazio strutturato da regole costituisce di per sé un argine al dilagare incontrollato della violenza.

Nelle arti marziali, per tornare al nostro tema, la tecnica ha la funzione di esprimere in una forma simbolizzata la violenza potenzialmente insita in ogni relazione ed è proprio la sua simbolizzazione che permette l’espressione delle emozioni che essa suscita senza che vi sia passaggio all’atto.

Uno degli apporti fondamentali del Maestro Kobayashi al percorso di evoluzione dell’arte marziale da pratica guerresca a mezzo di evoluzione personale e universale – percorso iniziato già da Morihei Ueshiba -, è il rifiuto del giudizio negativo portato sulla violenza. Semplificando molto, forse eccessivamente, distinguiamo innanzitutto tra il conflitto e la violenza che spesso lo accompagna. La conflittualità tra opposte esigenze è uno dei mezzi della natura per generare il cambiamento che è propizio all’evoluzione e ovunque, l’espressione del conflitto all’interno del quadro che gli è proprio è percepita come armonica (il “conflitto è creatore” è già un tema sviluppato da Morihei Ueshiba). Il conflitto è quindi una delle risorse della natura e pertanto è positivo.

Mi spiego con un esempio che ho sentito fare dal Maestro Cognard e che ritengo illuminante in tal senso: sulla terra il movimento dell’acqua è soggetto alle forze opposte della gravità che la fa scendere sotto forma di pioggia e del riscaldamento solare che la fa salire, vincendo la gravità, sotto forma di vapore. Lo squilibrio di una di queste due forze provoca siccità o inondazioni, mentre è la loro temperata alternanza che permette la vita sulla terra. E’ questo un esempio di conflitto che ha trovato il suo giusto spazio per esprimersi, e tale equilibrio è preferibile all’assenza di conflitto.

Da tale esempio traggo alcuni concetti utili per la riflessione sulla tecnica che vogliamo condurre. Il primo è che

d) non bisogna in alcun modo rifiutare l’attacco, che è invece l’inziatore della dinamica che porta al cambiamento.

Questo primo punto si traduce in un imperativo della tecnica dell’aikido del Maestro Kobayashi: in ogni tecnica non ci si mette in guardia, non si respinge l’attacco ma, sulla base di un competenza che proviene dalla pratica, si accoglie quest’ultimo e lo si lavora come si lavora una materia prima indispensabile. Dalla scelta di non difendersi con una guardia segue la necessità di porsi di profilo e non di fronte rispetto all’avversario.

e) la violenza nasce da una conflittualità costretta in uno spazio troppo limitato rispetto a quello che gli è proprio.

Tale secondo concetto si puo’ illustrare attraverso innumerevoli esempi: dall’aggressività che nasce dalla mancanza di un territorio adeguato alle necessità di una popolazione, al conflitto che nasce tra figli e genitori quando questi ultimi non accettano di allargare lo spazio della relazione e,

piu’ importante di tutti, al ricorso alla violenza come unica forma di relazione tra due persone o due popoli quando le risorse del linguaggio comune sono divenute troppo scarse per dirimere la conflittualità esistente, quando il rifiuto della cultura e del punto di vista dell’altro ha inariditito e spento tutte le forme di comunicazione possibile e reso troppo angusto lo spazio della comunicazione.

Da questa considerazione discendono due principi che informano la tecnica e la strategia dell’aikido del Maestro Kobayashi, il cui insegnamento fondamentale è stato la conquista della libertà da parte di ogni individuo:

f) in ogni tecnica bisogna prendere il punto di vista dell’avversario.

In una situazione in cui due persone si fronteggiano, lo spazio alle spalle di ognuno è lo spazio che è percepito dall’altro e che non è percepito da se stessi. Una volta stabilito il contatto con l’attaccante, l’attaccato esegue una rotazione di 180 gradi con i piedi, con il bacino o anche solo con gli occhi. Tale fase di “assorbimento” è quella in cui si guarda lo spazio che percepisce l’attaccante e quindi si integra simbolicamente la sua visone del mondo, o per lo meno si assume il suo punto di vista sul mondo. Tale componente della tecnica ha una valenza etica, ma allo stesso tempo conferisce una morbidezza e un respiro alla tecnica che è del tutto assente in quelle arti di combattimento nelle quali si mira a atterrare prima possibile l’avversario, a non concedergli nenche un centimetro di terreno.

g) la persona che analizza la situazione dal quadro di riferimento più ampio è quella che ha le maggiori possibilità di avere il controllo della relazione (strategia). Da ciò ne consegue che essa ha il dovere etico di condurre l’altro ad una maggiore presa di coscienza della relazione.

Questo principio si applica soprattutto in aikiken e in generale quando vi sono più attaccanti che attaccano contemporaneamente. In tale situazione non vi è il tempo per rispondere ad ogni attacco singolarmente e sequenzialmente; bisogna invece trasporre il problema, ovvero la problematica di relazione in un quadro più ampio e individuare il “centro dell’azione comune” e valutare l’evoluzione possibile per il centro dell’azione.

Veniamo all’ultimo punto c) della sintesi iniziale: le ragioni della violenza sono esterne ai due contendenti ed entrambi gli attori sono solo parzalmente consci dello spazio in cui si inscrive la loro relazione.

E’ questo un ulteriore punto di svolta della riflessione di Kobayashi Sensei sul tema della violenza: il vero nemico non è colui che dà inizio all’attacco, all’aggressione, ma è tutto ciò che si frappone tra voi e il vostro avversario e che vi impedisce di instaurare una relazione basata sulla comprensione e amore reciproco.

La vera vittoria quindi è quella costituita, per entrambi, dal riconoscimento dell’altro, delle sue ragioni e della sua identità. Ogni forma di violenza, infatti, si basa sulla negazione dell’identità dell’altro, e ogni gesto di aggressione scaturisce da una minaccia alla propria identità, intesa anche in senso lato come minaccia all’appartenenza ad un sistema di valori e ad una cultura.

Una maggiore presa di coscienza dei fattori che generano la violenza sembra essere oramai indispensabile in una società qual è la nostra che si avvia, forse ancora troppo inconsciamente, ad essere di necessità una società multiculturale.

Tale riflessione sull’origine e la funzione delle violenza, inoltre, che qui possiamo solo accennare in relazione al nostro tema, è stata condotta dal Maestro Cognard ed è esposta in alcuni testi disponibili anche in lingua italiana.

L’applicazione alla tecnica di aikido di questo principio è condensata dalla frase di Kobayashi Sensei uke soku seme, ovvero “colui che riceve diviene colui che riceve e viceversa”, o ancora “fare e subire sono la stessa cosa”. In effetti ogni tecnica di aikido necessita, nella propria esecuzione di alternare fasi in cui si è uke (colui che riceve) e shite (colui che fa, che agisce). Ritroviamo qui il tema della circolarità e dell’alternanza, immagine del mondo, di cui avevamo parlato prima. Ma tale tema si puo’ declinare anche dicendo che per produrre una tecnica è necessario applicare un movimento al proprio corpo, ovvero subire un’altra tecnica a nostra volta. Questo concetto è illustrato in aikido dal kaeshi–waza o alternanza/concatenamento delle tecniche. Il kaeshi–waza mostra che ogni tecnica non è che un frammento di un discorso complesso e che ogni separazione di una tecnica dalle altre necessariamente porta ad una semplificazione e a una perdita della visione d’insieme. Non è sbagliato vedere l’insieme delle tecniche di aikido come un linguaggio, sufficientemente complesso da poter restituire la complessità dell’esistente e provvisto di senso perché modellato sulle leggi universali dell’impermanenza, dell’interdipendenza, della complessificazione.

Vi è infine un altro punto nel quale la tecnica traduce un principio etico, e precisamente nell’aver fatto evolvere ogni movimento, ogni gesto potenzialmente distruttivo per il corpo dell’avversario in un gesto altrettanto efficace ma rispettoso dell’integrità fisica dell’avversario, anzi per lui benefico. In aikido ogni gesto suscettibile di fare del male è bandito e l’insieme delle estensioni delle catene muscolarie delle articolazioni prodotte dalla tecnica ha l’effetto di tonificare e accrescere la disponibilità energetica dell’avversario, divenuto ormai partner.

La relazione da corpo a corpo, inteso come entità psicosomatica, dell’aikido è pre-logica e non verbale e costituisce un’opportunità rara nella nostra società ove il ruolo del corpo è sempre più relegato a veicolo di messaggi di appartenenza sociale e assoggettato alle leggi stagionali della moda.

Non è facile, senza aver provato, arrivare a capire l’importanza di sperimentare prima con il corpo e poi attraverso il filtro della nostra riflessione, della nostra cultura. E’ sufficiente riflettere sul fatto che le prime esperienze sensoriali, quelle sulle quali si basa la strutturazione psichica dell’individuo sono state prodotte dal contatto del nostro corpo con il corpo della madre, dalle sue manipolazioni sul nostro corpo. Attraverso la presa in carico da parte dell’altro durante la tecnica di aikido tale processo di acquisizione e di affinamento di sensazioni sempre più complesse può prolungarsi anche al di là dell’infanzia.
 
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